Gli aculei sono una firma
Prima di ogni mostro, un martello: la maschera irta di chiodi premuta su un volto bellissimo, e il sangue che sprizza a fiotti dal foro. Bava aveva appena inventato il gotico italiano — e, nello stesso gesto, il desiderio come reato.

Bellezza e ferita possono abitare lo stesso primo piano senza che l'una annulli l'altra — anzi, si esaltano a vicenda: è questo il gesto fondativo di La maschera del demonio, l'atto di nascita del gotico italiano che Mario Bava firma nel 1960. Guardate il fotogramma qui sopra. Asa risorge, il volto di Barbara Steele riempie l'inquadratura, la pelle trafitta dagli aculei che la maschera vi conficcò secoli prima. E notate dove la luce di Bava sceglie di posarsi: non sulle piaghe, ma sugli occhi — enormi, scuri, troppo aperti, fissi su chi guarda. I fori non sfigurano quel volto: lo firmano. La morte non ha cancellato la bellezza di Asa, l'ha soltanto marchiata.
Bava apre il film con un atto di violenza che ancora oggi mette a disagio. La 'maschera del demonio', foderata di chiodi all'interno, viene martellata sul volto di Asa, condannata per stregoneria. L'inquadratura non stacca sull'impatto: resta. Il sangue schizza dal foro. Nel 1960 era inaudito, e per questo il film fu tagliato e censurato di paese in paese. Ma lo scandalo non sta nel sangue: sta nella logica che il sangue rivela. Ciò che si punisce, lì, è il volto. L'accusa è stregoneria, la sentenza è lo sfregio della bellezza. Bava aveva capito, forse senza volerlo, che ogni orrore gotico è un processo intentato contro il desiderio.
Il doppio è già una condanna
Steele interpreta due donne. Asa, la strega vampira che torna per vendicarsi; Katia, la discendente pallida e casta. Lo stesso volto, due morali — e il film non nasconde di preferire la condannata. Katia è luce diffusa, abito chiaro, passività; Asa è controluce, nebbia, volontà. E qui pesa un dettaglio che la vulgata liquida come curiosità da manuale: al suo esordio ufficiale alla regia, Bava firma anche la fotografia. Chi dirige e chi illumina sono lo stesso uomo, e quell'uomo tratta le due donne con una sproporzione oscena di attenzione. Katia è fotografata con rispetto. Asa è fotografata con fame.
Qui abita la perversione che rende il film più grande della sua trama di vendetta. Il lento travelling che avanza sul sarcofago, la nebbia che lambisce il fondo della cripta, il chiaroscuro barocco che scolpisce il cranio di Steele: è tutto linguaggio d'adorazione. Bava filma la vampira come si filma una santa. La stessa macchina da presa che conficca la maschera è quella che non riesce a distogliere lo sguardo da ciò che ha mutilato.
Non è la maledizione a risuscitare Asa: è lo sguardo del cinema, incapace di lasciar morto un volto così bello.
Il gotico italiano nasce intero in questo paradosso. Non c'è crudeltà gratuita in Bava; c'è la confessione che la macchina da presa ama e ferisce con lo stesso movimento. Gli aculei sono il prezzo che l'immagine esige perché possiamo contemplare Steele senza colpa: prima feriamo, poi adoriamo. La ferita è l'alibi del desiderio.
Qui la carogna vi guarda negli occhi
La critica garbata archivia La maschera del demonio come curiosità storica: l'anello mancante nella linea che va dall'espressionismo tedesco al giallo. La chiama atto di nascita di un genere — datato, utile — e smette di guardarla. Un modo elegante per non dover reggere ciò che quel primo piano fa a chi guarda. Del resto il film è noto nel mondo anglosassone come Black Sunday, liberamente ispirato al racconto Il Vij di Gogol': etichette, sempre etichette, per non nominare l'unica cosa che conta. Chiamarlo 'caposaldo del cinema di genere' è imbalsamarlo: appendergli al collo una targa d'archivio così rispettabile da dispensare dal rivederlo.
Abutreare questo film significa rifiutare la targa e tornare al piano che nessuno vuole descrivere fino in fondo: un volto bellissimo, forato, vivo, che vi fissa. La carogna, qui, apre gli occhi. Steele non è la vittima del quadro — è la trappola. Siete venuti a divorare l'immagine della strega morta e scoprite, troppo tardi, che il desiderio era il vostro, e che la maschera irta di chiodi era riservata da sempre al vostro sguardo.